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A cosa servono? Cominciamo da cosa servivano: in epoca precristiana era la festa della rinascita del sole, perché allora come oggi le giornate cominciano ad allungarsi. È un evento di una potenza magnifica: immaginatevi la meraviglia che doveva suscitare negli esseri umani non così smaliziati da un punto di vista astronomico come lo siamo noi oggi. Per giunta, gli eventi naturali erano suscitati e condotti da divinità che potevano anche fare i capricci: quale gioia che anche quest’anno le divinità abbiano elargito il dono della rinascita di un nuovo sole. La cristianità si appropriò di questo “significante” che era ottimo per esprimere il significato della nascita del Dio che torna tra gli uomini per salvarli, “come un sole che sorge”.
È un miscuglio di simboli, è il caso di dire, abbaglianti. Questa ricchezza della storia della nostra umanità è per alcuni aspetti comune ad ogni uomo per altri specifica di noi delle zone temperate (ai tropici non c’è questo divario così sensibile nei cicli solari), poi di noi occidentali per la mitologia e la religione specifiche di alcuni popoli, poi di tradizioni e usanze ancora più specifici. Per esempio, nella mia città di origine, Barletta, non si dà rinascita del sole senza il profumo delle frittelle ripiene di ricotta forte (o piccante, secondo una traduzione letterale dal dialetto) e pomodorini (non i pachino, ma i pomodorini baresi) non freschi ma raccolti ad agosto, conservati in serti di fili di ferro e, ancora me ne stupisco, incredibilmente commestibili, e buoni, a dicembre; le cartellate, con il vino cotto, che in realtà è mosto cotto; gli spaghetti con la salsiccia di cavallo (mi dispiace per chi condanna il consumo alimentare di questo animale; loro stessi sono condannati dagli indù per il consumo di bovini, dai vegetariani per qualunque animale, ecc…); la “coppata” un torrone tradizionale; le cime di rapa.
Ci sono poi i significati personali, individuali: vivo da 14 anni lontano dalla mia famiglia e allora le feste di Natale sono l’occasione per trascorrere un po’ di tempo insieme. Allo stesso tempo, forse proprio perché il Natale si passa in famiglia, ho il desiderio di passarlo lontano, in un piccolo paesino di pescatori danese oppure un posto in Bretagna come Treguier o Norvegese come Trondheim; oppure in Sicilia. Non so, mi piacerebbe farli tutti, tranne che quei posti dove corre l’orrida marmaglia: non c’è disprezzo per i singoli che vanno, anche se molti vanno solo per poter tornare abbronzati e raccontare. Come quelli che fanno centinaia di fotografie in una settimana di vacanze: come fanno? Io ne faccio una trentina all’anno. Temo però che vivano quel momento solo per poterlo raccontare, illustrare, ricordare: mi sembra difficile che siano profondamente partecipi del presente se sono impegnati a comporre l’inquadratura, a cercare l’angolo giusto a creare la situazione memorabile. È solo un esempio, che però descrive bene quello strano sentimento che hanno molti della nostalgia per quel momento del passato: credo che in realtà non si tratti della nostalgia di qualcosa di bello che hanno vissuto, ma il rimpianto di un momento bello appena lambito. Come dicevo il disprezzo è per la marmaglia, per i molti che fanno la stessa cosa. Non è snobismo, è una legge della natura: se aumenta la quantità, la qualità diminuisce, senza parlare del fatto, questo chiamatelo pure snobismo ma non lo è, che io non sono tutti e quindi cerco di fare qualcosa in cui mi trovo a mio agio. Ed io non mi trovo a mio agio nella moltitudine.
Per questo forse il Natale si passa in famiglia, perché le cose belle si possono vivere appieno solo in pochi alla volta.
Buon anno nuovo a chiunque, soprattutto a chi desidera che sia nuovo. Buon anno nuovo anche agli abitanti di Honningsvag il comune che comprende Capo Nord.

Un giorno ebbi la fortuna di incontrare Bjorn Larsson. Ero in una grande libreria a svolgere uno dei miei rituali che allora vedevo come patetici, ma che oggi mi fanno sorridere e riconoscermi. Nelle circa due ore di permanenza, mi perdevo in titoli, quinte di copertina, aggirandomi con famelica curiosità - che per fortuna mai mi ha abbandonato. Arrivavo nei pressi della cassa dopo un percorso a metà tra il pellegrinaggio e l'esplorazione con gli occhi luccicanti ed una pila di libri fra le braccia; a quel punto cominciavo a fare i conti di quanto mi sarebbe venuta a costare tutta quella curiosità. Era il momento di una dolorosa classifica: in sostanza si trattava di decidere quali erano i primi libri a tornare sui loro scaffali - o meglio nei pressi. Questi primi soccombevano di fronte alla realtà del budget: ero povero, fortunato ma povero. I secondi erano decimati dal timore di una qualche necessità economica di lì a fine mese. Gli ultimi cadevano per i sensi di colpa: non erano soldi miei quelli con cui mi volevo permettere quel piacere e chi me li dava non ne aveva tanti altri. Il libro superstite doveva essere proprio speciale: era sopravvissuto alla necessità, alla paura, al rispetto. Quel giorno non ebbi modo di intraprendere questo viaggio perchè appena entrato vidi che uno scrittore che non conoscevo stava presentando un suo libro. Parlava un inglese semplice e riuscivo a capire tutto ciò che diceva: mi piacque moltissimo perchè parlava di viaggi, di coraggio e soprattutto di mare. Oltre che nella finzione del libro - Il cerchio celtico - anche lui nella realtà è domicialiato su una barca. Una barca a vela di 12 mt.
Una barca.
Pronto a partire.
Oggi voglio partire: tolgo gli ormeggi; c'è tutto per poter stare per mare fino ad una settimana.
Decido la rotta. La decido col cuore: o semplicemente vado verso sud.
Vado
Cercai il coraggio di fargli una domanda per tutto il tempo. Non la ricordo più perchè lui mi interruppe quando finalmente trovai il modo di fare uscire quelle poche parole in inglese.
"When you travel..."
"I do not travel, I just go"
I just go
I go
Vado
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Una lezione. Autentica; non lo fece per coreografia.
Andare